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	<title>Blog Conciliazione &#187; Generale</title>
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		<title>Intervista ad Amanda Bucklow</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 07:46:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Corrado Mora
La sua passione per la mediazione è tangibile. Ed emerge insieme al suo profondo interesse per il linguaggio: una discussione iniziata a Londra sull’utilizzo del termine “caucus” nella mediazione (usato, ma non del tutto correttamente, dato il suo esatto significato) è continuata anche successivamente al suo invito a partecipare a “Caucus On [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="AJB-1030268" src="../wp-content/uploads/2012/01/AJB-1030268-150x150.png" alt="AJB-1030268" width="150" height="150" /> di Corrado Mora</p>
<p>La sua passione per la mediazione è tangibile. Ed emerge insieme al suo profondo interesse per il linguaggio: una discussione iniziata a Londra sull’utilizzo del termine “caucus” nella mediazione (usato, ma non del tutto correttamente, dato il suo esatto significato) è continuata anche successivamente al suo invito a partecipare a “Caucus On Mediation”. Ora so che questo termine deriva dal linguaggio Algonquian del 18° secolo<span id="more-3085"></span>, che è lontano dall’idea di <a href="http://facilit8.com/" target="_blank">Facilit8 </a>-la vera &#8220;facilitazione&#8221; che Amanda ha in mente, ma che può essere utilizzato appropriatamente nel titolo del mio blog (per un pelo…). Dalla nostra conversazione è emerso anche il suo interessante approccio alla creazione di rapporto con le parti ed alla preparazione: verranno svelati i segreti di Amanda sulle proprietà di stretching e sorriso, legate alla loro incidenza positiva sulla biologia del mediatore.</p>
<p><em>Amanda Bucklow è una mediatrice commerciale indipendente e a tempo pieno, vive a Londra e lavora a livello internazionale. In 17 anni di pratica ha mediato un’ampia gamma di controversie. E’ raccomandata da Legal 500 e da Chambers and Partners Guide to the Legal Profession, in cui “i clienti dicono che la Bucklow è “un soffio di aria fresca” nelle mediazioni, dato che adotta uno “stile conversazionale” e “usa il suo carisma” per aiutare le parti a raggiungere una soluzione. E’ lodata anche per il suo senso degli affari e gestisce un ampio numero di controversie relative a differenti settori dell’industria”.<br />
Amanda è inoltre una formatrice stimata e, con Charles Middleton-Smith, conduce la formazione in materia di mediazione commerciale per il Chartered Institute of Arbitration a livello internazionale. Il suo blog è reperibile alla pagina http://blog.amandabucklow.co.uk; maggiori informazioni relative alla formazione alla pagina http://www.facilit8.com/training. E’ possibile seguirla su Twitter: @AmandaBucklow.<br />
</em><br />
<strong>La comunicazione è un pilastro fondamentale nella mediazione, essendo tanto uno strumento nella creazione di rapporto con le parti quanto un obiettivo, nel corso dell’assistenza delle parti ad uno scambio costruttivo di informazioni, aspettative ed emozioni. Amanda, il tuo approccio alla comunicazione è molto efficace e si concentra anche sulla scelta di un linguaggio appropriato (tanto verbale quanto corporeo). Quali sono, secondo te, gli elementi importanti che il mediatore dovrebbe considerare nella comunicazione e nell’assistenza alla comunicazione?</strong><br />
Una delle abilità che distinguono i mediatori eccellenti da quelli efficaci è la competenza linguistica, qualunque sia tale linguaggio. La capacità di selezionare tono e stile linguistico appropriati è vitale nella costruzione del rapporto. Non intendo dire che si debbano sempre utilizzare parole complesse o inusuali, quanto piuttosto che ci si deve sintonizzare, attraverso un linguaggio appropriato, con le persone presenti nella stanza, e che si deve utilizzare il proprio in modo competente per poter trasmettere alcuni concetti ed aiutare i presenti ad esprimersi.<br />
Culturalmente, noi tutti risuoniamo al linguaggio appropriato &#8211; tanto verbale che non verbale &#8211; che include certamente l’uso della metafora. Il controllo sul linguaggio e sul vocabolario ti consente una maggiore scelta relativamente al modo in cui relazionarsi alle persone e ti aiuta ad evitare di parlare attraverso cliché, cosa che può essere molto irritante e molto poco d’aiuto, poiché il cliché evoca immagini stereotipate. Quanto è irritante la frase “pensa fuori dagli schemi”? Bene, se non si pensava di essere in uno schema prima di sentirsela dire, da quel momento lo si farà!<br />
Uno dei complimenti più gratificanti che ho ricevuto è “tu parli il mio linguaggio”. Questo è il motivo per cui attribuisco tanta importanza al tempo che trascorro, prima della mediazione, a parlare con le parti ed i loro avvocati. In realtà non parlo molto, quanto piuttosto mi pongo in ascolto non solo del contenuto, ma anche del tono e del linguaggio. Ciò mi consente una partenza di slancio il giorno della mediazione. Vedi, per me il linguaggio consiste tanto nel parlare quanto nell’ascoltare e nel rispondere appropriatamente. Ed in tutto ciò devi essere competente, se vuoi che ti sia permessa la costruzione di un rapporto.</p>
<p><strong>Quali sono, secondo te, gli elementi fondamentali su cui concentrarsi nel corso di una mediazione?</strong><br />
Ci sono alcune domande che mi pongo regolarmente nel corso della mediazione: ho un rapporto sufficiente per fare/dire/chiedere/suggerire questa cosa? Stanno partecipando tutti (anche se sembrano tranquilli)? Sono imparziale nelle mie intenzioni? (Se comprendo bene le mie intenzioni, il mio comportamento, il mio linguaggio ed il linguaggio del mio corpo saranno di conseguenza appropriati). Noterai che due di queste domande riguardano ciò che sta accadendo a me ed una è relativa alla situazione delle parti e dei loro assistenti. Credo che sia questo il giusto equilibrio, perché senza un appropriato coinvolgimento delle persone presenti nella stanza, il processo di mediazione è semplicemente questo – un processo. Sarebbe come cercare di cuocere il pane senza accendere il forno. Tutti possono ricreare il processo; lo si può apprendere da un libro. Ma ciò che lo fa funzionare è un’atmosfera di comunicazione produttiva sulle necessità ed i bisogni delle parti che, tra l’altro, non sempre sono virtuosi! Ad esempio, può essere molto liberatorio e produttivo se una parte si sente in grado di dire all’altro che lo vorrebbe veder soffrire tanto quanto essa stessa ha sofferto. Perché non sarebbe giusto dirlo e sentirlo riconoscere?<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Una comunicazione produttiva, come hai sottolineato, può anche essere emotivamente molto carica ed attraversare molte aree di elevato conflitto. Come ti prepari a questi passaggi tesi e come ti senti mentre aiuti le parti ad orientarsi in essi?</strong><br />
Mi preparo prima della mediazione assicurandomi di riposare bene. Faccio i miei ormai “famosi” esercizi di respirazione e stretching, così so di essere in una buona forma fisica per gestire la mia energia. Mi troverò a chiedere alle persone di “tener duro” anche quando saranno completamente stufe, esauste o annoiate, e mi pare utile fare in modo di essere “in gamba” per tutto il giorno. Trovo opportuno prendere brevi pause per pensare alle opzioni, come per fare una veloce passeggiata attorno all’isolato.<br />
Mentalmente, sono preparata con informazioni di base, idee, domande ed una struttura per il procedimento – nessuna mediazione è uguale e bisogna fletterla affinché sia ritagliata sulle persone ed i problemi specifici. C’è molto poco che mi possa colpire emotivamente! So che qualunque sia l’informazione  di cui io possa venire a conoscenza, qualunque sia la difficoltà, ciò che più è importante per chi è nella stanza è che io stia con i piedi per terra, salda.<br />
Se ci fosse un accesso emotivo o una sessione difficile, so che tutti mi guarderebbero per vedere come reagisco. Ciò non significa non rispondere alla maleducazione o alla mancanza di rispetto, ma farlo senza shock o rabbia. Se il mio interlocutore si dovesse agitare, farei alcuni respiri profondi e allora quasi certamente riuscirei a restare seduta tranquillamente senza farmi condizionare, affinché chi parla abbia modo di ricomporsi.<br />
Essere seduti con persone agitate o arrabbiate senza farsi condizionare, andare in loro soccorso o provare a calmarli è molto importante. Nella mediazione commerciale, le persone sono sorprese (se non colpite) da quanto fanno emergere in relazione ai loro sentimenti, e l’ultima cosa di cui hanno bisogno e che il tutto si trasformi in una sessione di terapia. Non faccio terapia. Ma sarò lieta, comunque, se l’esperienza si dovesse rivelare terapeutica.<br />
Questa parola viene dal greco Therap. Era il nome di una categoria speciale di schiavi, scelti per le loro abilità interpersonali e la loro personalità per essere i confidenti di tutti i soggetti presenti in casa, compresi i padroni, i bambini e gli altri schiavi. Tutto ciò che veniva detto doveva rimanere assolutamente confidenziale e la sanzione per la violazione della riservatezza era la morte del Therap. Credo siano stati proprio loro i primi mediatori. Riesci ad immaginare cosa accadrebbe se avessimo tale “regolamento”? Personalmente, penso che la riservatezza sia così importante che se la violassi sarebbe senza dubbio la “morte” della mia carriera!<br />
Quali che siano le emozioni espresse, è importante dimostrare di aver sentito la piena forza di quanto è stato detto, altrimenti rischi di non apparire coinvolto. Il che, generalmente, può far percepire un’incapacità di affrontare il processo. Successivamente, dimostro di aver compreso. Può avvenire con un grazie, con una domanda su come ciò che hanno rivelato abbia condizionato il loro modo di pensare, la loro azienda, la loro vita. Dipende da ciò di cui si sta parlando. Sul momento e per alcuni secondi ho assolutamente bisogno di riflettere sui pensieri che emergono nella mia testa. Mi assicuro di non essere tesa e che il linguaggio del mio corpo sia congruente con l’essere empatica, calma e forte.<br />
Cosa provo? Mi sento privilegiata, in realtà, che le persone si sentano abbastanza al sicuro con me da rivelare le loro paure e i loro punti più vulnerabili.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il tuo background è molto interessante e spiega parecchi aspetti delle abilità che hai sviluppato. Da dove hai approcciato la mediazione, e per quali motivi?</strong><br />
Mi ci hai fatto ripensare. Istintivamente, avrei raccontato la storia di come sono cresciuta in una casa in cui mio padre era tutto fatti e prove e mia madre era tutta persone e sentimenti, e di come, quando i miei genitori avevano una discussione, io cercassi di permettere loro di vedere le cose dal punto di vista l’uno dell’altra – grande allenamento per un mediatore. Amo negoziare e fare affari. E’ sempre stato così. Ad 8 anni ho venduto delle piazzole di parcheggio ai genitori dei miei amici per una performance improvvisata dei Sound of Music, che i miei amici ed io organizzammo nel giardino di uno di noi durante le vacanze estive. Mio padre fu veramente impressionato, specialmente perché ho insistito a far pagare il genitore che era il proprietario della villa in cui ci stavamo esibendo!<br />
Mi sono poi resa conto che c’è ben più di questo. C’è qualcosa di profondamente appagante nell’ottenere ciò di cui si ha bisogno quando lo fanno anche gli altri. Si tratta di una sensazione molto più duratura di quella che si ha vincendo a spese dell’altro. Quando uso le mie competenze e la mia esperienza per aiutare gli altri ad ottenere ciò di cui hanno necessità, fornisco il miglior contributo possibile, imparo, ricevo apprezzamenti  e mi guadagno da vivere.<br />
Nella corso della mia prima occupazione con RTZ avevo la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto per la maggior parte del tempo. Ho cambiato poi alcuni lavori e ne ho infine trovato uno che era una tortura in termini di cultura aziendale. Il costo di continuare a lavorare bene era elevato per il mio benessere personale. I colleghi si attaccavano l’uno contro l’altro e non c’era senso di squadra, di obiettivi condivisi; ognuno agiva per se stesso e, come risultato, l’azienda ne ha risentito. Ci furono perdite di lavoro e di clienti, e dovetti costruire molto rapporto e molta fiducia per farli ritornare nell’ovile, per così dire. Lo fecero, ma senza la certezza che i miei sforzi non sarebbero stati sminuiti da uno scarso servizio clienti e dalla manipolazione ai fini di scopi “politici” personali.<br />
Al termine di queste due esperienze potevo compiere una netta comparazione, e fu assolutamente chiara per me la necessità di avere molto più della prima situazione ed un minimo tollerabile della seconda. Ho così cercato una professione che mi potesse permettere di realizzare questo bisogno. La combinazione di una telefonata fortuita e la mia tendenza a porre domande aperte per ottenere la maggior quantità di informazioni possibile fecero sì che qualcuno desse alla mia ricerca un nome: mediatrice. E’ qualcosa che mi veniva naturale e spontaneo, da quando potessi ricordare. Da allora ho avuto l’onore di essere parte integrante dello sviluppo di ciò che, allora, era ancora uno status professionale a livello meno che embrionale; i futuri riconoscimenti della professione mi entusiasmano, tanto quanto la considerazione delle nostre competenze come essenziali per la crescita imprenditoriale e per la leadership. Elementi che, ora, ci servono in grande quantità, mentre facciamo di tutto per uscire dal disastro economico.</p>
<p><strong>Beh, è bello vedere che la serendipity sia un amico comune (la mia esperienza ha a che fare con un adesivo attaccato sul vetro di un autobus su cui sono salito quasi per caso…). Invece, sono certo che non sia pura casualità, ma reale curiosità e apertura ciò che ti spinge a studiare come funzionano il cervello e la biologia dell’essere umano. Cosa trattieni da questi approfondimenti e come lo trasporti nella tua pratica?<br />
</strong>Sono molto curiosa, persistente ed amo le persone – beh, la maggior parte di esse! Per me il comportamento umano è infinitamente affascinante. La motivazione, l’etica, la legge sono tutte intimamente connesse con la cultura ed il comportamento. La psicologia dietro alla presa di decisioni ed alla risoluzione delle controversie sono da sempre state nel mio radar, addirittura da prima di iniziare a formarmi come mediatrice, e mi è sembrato ovvio che divenisse parte dell’arte e della scienza della mediazione. Di fatto, è stato menzionato in uno degli elenchi legali in cui compaio quanto la psicologia abbia giocato un ruolo importante nella mia pratica. Al tempo, non ero sicura che sarebbe stato positivo essere conosciuta per tale aspetto. Allora veniva considerato alla stregua della medicina alternativa e della meditazione, che erano un po’ troppo “woo woo” per la gente! E’ strano considerare come la meditazione, la mindfulness, la psicologia siano recentemente divenute degli argomenti così caldi, e quasi tutti ne riconoscono ora la rilevanza.<br />
Credo che si debba essere attenti, in ogni caso, specialmente circa il collegamento tra neuroscienze e risoluzione dei conflitti. Alcune cose che vengono insegnate e scritte sono basate ancora su prove molto scarse. Alcune ipotesi vengono entusiasticamente isolate e rese “verità incontestabili”, quindi tendo ad assicurarmi che qualunque cosa io possa includere, soprattutto quando svolgo il mio ruolo di docente, sia basato su una ricerca valida. Se si tratta di un nuovo approccio, è per me allora importante tenere in mente l’idea che potrebbe ancora non trattarsi dell’intera storia e che sia necessario controllare le ipotesi, senza dare niente per scontato. Si tratta di un buon mantra in generale per la mediazione: non conosci mai l’intera storia, non ritenere mai di possedere la verità.<br />
Nella mia pratica, queste conoscenze supportano il modo in cui aiuto le persone ad entrare correttamente nella negoziazione. Non le rendo evidenti, anche se pare che le parti se ne accorgano! Nella formazione, mi aiuta ad individuare nuove modalità per trasmettere le competenze in un modo costantemente in evoluzione, cosa che spero sia sempre utile e raggiunga standard estremamente alti nella pratica dei nuovi mediatori che si baseranno su ciò che hanno imparato per tutto il tempo che decideranno di continuare a praticare.</p>
<p><strong>Infine, in che modo un mediatore dovrebbe continuamente sviluppare le sue abilità?</strong><br />
Più sai su di te, sui tuoi valori, sui tuoi “tasti caldi”, su come le tue esperienze e conoscenze influiscano sul modo in cui vedi il mondo, tanto meglio sei in grado di dispiegare le tue abilità di mediatore al momento giusto e nel modo giusto, a beneficio del raggiungimento di un accordo – se questo è ciò che le parti vogliono. Dobbiamo accettare il fatto che a volte esse non vogliono, alla fine, un accordo.<br />
Instillare una pratica di riflessione è importante. Scrivere delle annotazioni al termine di ogni mediazione sulla tua gestione del procedimento, delle competenze personali e del supporto nella negoziazione. Fare il “bollino blu” con un collega fidato o, ancora meglio, trovare un supervisore professionale e predisporre appropriate sessioni di revisione. La struttura che deriva da qualcuno che sa come fare supervisione (ad esempio, un coach professionale) fa la differenza. Mi piace la revisione tra pari e nel 2006 ho sviluppato dalla mia ricerca una struttura ed un processo, ma più recentemente sono arrivata a concludere che sia necessaria una formazione specifica per farlo bene e che la supervisione sia più efficace ed appropriata.<br />
E’ importante leggere molto, soprattutto sulle pratiche imprenditoriali e sugli sviluppi della pratica legale, così come è importante capire cosa può influenzare le persone con cui lavori. E’ il loro contesto, non il tuo, ad essere il più importante.<br />
Bisogna essere avventurosi nel seguire dei corsi. I mediatori possono avere difficoltà ad individuare appropriati corsi per la formazione professionale continua, e molti si aspettano che tutto sia auto-finanziato. Ricercano un investimento nella formazione su di una scala di rendimento molto corta. Questo lo posso comprendere ma, al contempo, se si sceglie attentamente è molto difficile non ottenere valore dai soldi spesi. Anche se potrebbe non portare ad avere più mediazioni. In ogni caso, noi viviamo o moriamo attraverso raccomandazioni e reputazione, pertanto ciò che fai è la chiave ed avere nuove e fresche idee è essenziale. Io tendo a seguire un corso importante ogni anno, se posso trovare qualcosa di eccellente, ma quest’anno ne ho fatti due. E’ semplicemente andata così. Uno è stato eccellente, uno mediocre ed ho imparato tra l’altro qualcosa su come creare i corsi di formazione, il che è molto utile.<br />
E’ utile tenere aperto il contatto con potenziali clienti e individuare quali siano le loro preoccupazioni maggiori, in modo da poter ritagliare la tua offerta e dimostrare la tua utilità. Se mai ti trovassi a pensare di poterti accontentare della tua esperienza e delle tue conoscenze assodate, allora ti servirebbe di certo una rinfrescata! E’ facile far tutto questo, se lo ami.</p>
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		<title>Mediazione: prime considerazioni sul 2011 da parte del Ministro Paola Severino</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 16:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo la parte dedicata alla mediazione della &#8220;Relazione sull&#8217;amministrazione della Giustizia nell&#8217;anno 2011&#8243; tenuta oggi, 17 gennaio 2012, dal Ministro della Giustizia, Paola Severino, alla Camera dei Deputati.

&#8220;Con il decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 il Governo diede attuazione alla delega relativa all’introduzione in via generalizzata della mediazione come strumento di risoluzione alternativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-3079" title="Severino" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2012/01/Severino-150x150.jpg" alt="Severino" width="150" height="150" />Pubblichiamo la parte dedicata alla mediazione della &#8220;Relazione sull&#8217;amministrazione della Giustizia nell&#8217;anno 2011&#8243; tenuta oggi, 17 gennaio 2012, dal Ministro della Giustizia, Paola Severino, alla Camera dei Deputati.<em><br />
</em></p>
<p><em>&#8220;Con il decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 il Governo diede attuazione alla delega relativa all’introduzione in via generalizzata della mediazione come strumento di risoluzione alternativa delle controversie civili e commerciali.<br />
Si tratta di un’importante riforma che mira a ridurre in modo sensibile il numero di giudizi dinanzi al magistrato, offrendo alle parti uno strumento generale alternativo alla via giudiziale per risolvere le controversie dei cittadini.<br />
Questa importante riforma legislativa, completata con l’emanazione della normativa regolamentare di dettaglio<span id="more-3078"></span></em><em> è operativa dal 20 marzo 2011, con l’entrata in vigore delle norme sulla obbligatorietà della mediazione nelle materie tassativamente indicate dalla legge.<br />
Poiché l’analisi dei dati statistici riguarda soltanto il primo semestre dell’anno appena trascorso è certamente prematuro tentare una valutazione degli effetti della riforma sulla domanda di giustizia.<br />
Bisogna inoltre tener conto che è stata differita di un anno l’obbligatorietà della mediazione in materia di condominio e risarcimento del danno derivante da circolazione stradale.<br />
Nondimeno, rispetto alle 33.808 mediazioni iscritte nel primo semestre del 2011 si può cogliere un trend in crescita se si considera che a novembre 2011 le mediazioni registrate hanno superato la soglia delle 53.000 unità.<br />
Sorprendono, invece, i dati relativi allo scarso utilizzo della mediazione delegata dal giudice e l’elevato numero di mancate comparizioni dinanzi al mediatore.<br />
Vorrei però sottolineare due dati che mi sembrano rilevanti:<br />
a)     nell’80% dei casi le parti partecipano alla mediazione con l’assistenza di un legale di fiducia (e ciò vale a scongiurare almeno in parte le preoccupazioni della classe forense in ordine ad una possibile minorata tutela tecnica dei diritti dei cittadini);<br />
b)    in presenza delle parti il tentativo di mediazione si conclude con successo nel 60% dei casi, fatto che testimonia le grandi potenzialità deflattive dell’istituto.<br />
Ciò premesso, sono consapevole delle polemiche, talvolta aspre, suscitate da questa importante innovazione che, certamente, è suscettibile di miglioramenti, ma che può rappresentare un importante pilastro nella strategia complessiva di recupero dell’efficienza del sistema giudiziario, attraverso una diminuzione dei casi in cui la soluzione della controversia avviene tramite il lungo e defatigante cammino del giudizio ordinario.<br />
Il nuovo Governo, peraltro, è già intervenuto con il decreto legge 22 dicembre 2011, n. 212, operando alcune correzioni ed integrazioni finalizzate a potenziarne l&#8217;utilizzo.<br />
Mi auguro che tutti gli addetti ai lavori condividano questa necessità, cogliendo le nuove e numerose opportunità professionali che la riforma offre.&#8221;</em></p>
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		<title>Intervista a Gary Friedman</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 07:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[D. Lgs 28/2010]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[caucus]]></category>
		<category><![CDATA[Gary Friedman]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Corrado Mora
Un profondo senso delle relazioni, una intensa comprensione delle dinamiche del conflitto, un senso del processo di mediazione come modo per trovare soluzioni vere e stabili. La pratica di Gary Friedman ha sviluppato un approccio che fa apparire il titolo del libro che ha scritto con Jack Himmelstein come una perfetta descrizione generale: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-thumbnail wp-image-3051 alignleft" title="Gary Friedman" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2012/01/Gary-Friedman-150x150.jpg" alt="Gary Friedman" width="150" height="150" /></p>
<p>di Corrado Mora</p>
<p>Un profondo senso delle relazioni, una intensa comprensione delle dinamiche del conflitto, un senso del processo di mediazione come modo per trovare soluzioni vere e stabili. La pratica di Gary Friedman ha sviluppato un approccio che fa apparire il titolo del libro che ha scritto con Jack Himmelstein come una perfetta descrizione generale: Challenging Conflict. Mediation Through Understanding (Sfidare il conflitto. Mediazione attraverso la comprensione) (American Bar Association, 2008). Se le parti non sono in grado di stare insieme nella stessa stanza, di parlarsi esprimendo reciprocamente necessità ed emozioni, non saranno in grado di condividere le decisioni necessarie per porre fine al loro conflitto. Un lavoro duro per il mediatore, che condurrà l’incontro delle parti come un timoniere in un mare profondo e molto agitato. L’approccio di Gary offre un’importante riflessione da tenere in considerazione quando si decide se mantenere le parti insieme o no, e come.</p>
<p>Gary J. FRIEDMAN è co-fondatore e direttore del Center for Mediation in Law a Mill Valley, California.  Ha svolto attività legale dal 1970 al 1976, primariamente come mediatore di controversie commerciali e familiari nell’ambito dei Mediation Law Offices di Mill Valley. Dal 1979 è formatore in corsi di base, intermedi ed avanzati sulla mediazione e su questo approccio nella pratica legale, svolti in tutti gli Stati Uniti e, dal 1989, in Europa. Autore di numerose pubblicazioni sulla mediazione, tra le quali A Guide to Divorce Mediation, il professor Friedman ha insegnato negoziazione e mediazione presso svariate law school e nell’ambito della formazione legale continua in tutti gli Stati Uniti; tra le sedi dei suoi corsi sono recentemente compresi l’Harvard Law School Program on Negotiation e la World Intellectual Property Organization (WIPO) a Ginevra. E’ co-autore di un libro, recentemente pubblicato, intitolato Challenging Conflict: Mediation through Understanding.</p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Gary, qual è il significato di “comprensione” nel tuo approccio?</span></strong><br />
Quando mi riferisco alla “comprensione”, lo faccio nel contesto del conflitto. In genere, l’approccio delle persone al conflitto non include la comprensione. Se qualcuno è in conflitto con te, potrebbe ritenere che tu non comprendi il suo punto di vista e che non lo farai mai. Quindi, logicamente, egli ipotizza che ciò che è necessario per risolvere il conflitto sia il potere, il potere <span id="more-3049"></span>della coercizione. Proverà a manipolarti, a metterti pressione, a minacciarti, a fare qualunque cosa per piegarti al suo modo di pensare. Se questo può talvolta funzionare, ben più facilmente provocherà in te una risposta simile, cosa che ovviamente mantiene il conflitto in vita. Quando procediamo circolarmente in questa direzione, siamo coinvolti in quella che chiamiamo la “trappola del conflitto”; l’altro dice “Io ho ragione, tu hai torto”, e tu rispondi “Io ho ragione, tu hai torto”. Forse si raggiunge un compromesso, ma raramente una soluzione solida. Quindi, quando utilizzo la parola “comprensione”, lo faccio per segnalare che c’è un altro modo per gestire il conflitto. Questa comprensione non è credere di comprendere già l’altro, è un impegno a comprendere noi stessi, l’altro e la situazione in cui siamo coinvolti, sforzandoci di utilizzare tutto il potere della comprensione per portare il conflitto ad una vera soluzione. Al cuore della mediazione c’è la possibilità, per le persone, di usare il potere della comprensione per trovare soluzioni, non per rinunciare a qualcosa o pretenderlo o ignorarlo, ma per creare una profonda comprensione dell’intera situazione. Quando sento che vuoi comprendermi, e tu senti che io voglio comprenderti, abbiamo notevoli possibilità in più per guardare concretamente il problema e ricercare una soluzione che potrebbe veramente tenere in considerazione la comprensione che abbiamo raggiunto di noi stessi, dell’altro e di ciò che per noi è importante. L’”altro” potere della comprensione non è solo il comprendere ciò che l’altro dice, ma comprendere –sotto il conflitto- cosa sia realmente importante per noi, quali siano le cose che per noi sono veramente fondamentali e che ci hanno condotto al conflitto. Ho spesso osservato, nella mia esperienza, che quando le persone sono in conflitto tengono in considerazione ciò che per loro è importante, ma vengono poi coinvolte nella loro reazione nei confronti dell’altra persona. Se riuscissero ad aggrapparsi a ciò che per loro è importante, anziché reagire all’altra persona, potrebbero aiutare l’altro a fare lo stesso, liberandosi così dalla trappola del conflitto.</p>
<p><strong>Nel promuovere la comprensione, lavori alla creazione di un ambiente sicuro e per permettere alle parti di passare da una lotta tra giusto e sbagliato alla coesistenza di prospettive differenti. Quali sono gli elementi chiave per raggiungere questi obiettivi?</strong></p>
<p>Hai ragione a dire “ambiente sicuro”, poiché non è facile per le persone aprirsi alla comprensione dell’altro mentre sono in conflitto. Devono essere in un’atmosfera in cui sappiano che esiste un accordo che li porterà ad una differente gestione del conflitto, che li spronerà alla comprensione, che non li porterà a concedere o richiedere concessioni, e che farà loro osservare il conflitto da una prospettiva differente. Normalmente, le persone in conflitto pensano al Cosa, al contenuto del conflitto, come se fosse tutto, ma comprendere il Come del conflitto, le dinamiche tra le persone in termini di come parlarsi e ascoltarsi a vicenda nella gestione del conflitto, è essenziale nel movimento verso la risoluzione. Se non si ha la sensazione che l’ambiente in cui si è entrati è differente, più sicuro, rispetto a quello in cui si era finora, le persone non possono avere la volontà di spostarsi, di sganciarsi dalla guerra tra vincitore e vinto. Quindi, come si crea la sicurezza? Per prima cosa, è necessaria la presenza di un accordo. Le persone devono avere una comprensione del Come, devono discutere sulla questione “Possiamo avere un accordo su come lavorare insieme?”. Con la presenza di un mediatore, un soggetto neutrale, senza preferenze per l’una o l’altra parte, si possono creare le regole di base. L’accordo permette alle parti di raggiungere il cuore di ciò che per loro è importante, ciò che vive sotto il conflitto. Se le persone potessero approcciarsi al conflitto ad un livello più profondo, e questo spesso significa comprendere non solo ciò che l’altro sta pensando del conflitto, ma come sta sentendosi in relazione ad esso, potrebbero utilizzare la profondità di questa comprensione  per individuare qualcosa che possa essere espresso nella conversazione e possa servire da àncora per loro, per portarli ad una soluzione. Questa è la sfida nella negoziazione e nella mediazione: trovare quest’ancora, un terreno comune, ed esplorare perché ciò ha valore per le parti. Poi, forse, esse possono raggiungere delle soluzioni che possano considerare come le migliori per entrambe.</p>
<p><strong>Quali sono le difficoltà principali nel creare questo ambiente e questi accordi, e nell’educare le parti al cambiamento del loro approccio verso il conflitto?</strong></p>
<p>Non è naturale per nessuno pensare in questo modo. Le sfide, quindi, sono molte: significa che dobbiamo rieducarci sul modo in cui pensiamo al conflitto. Noi tutti abbiamo modalità sviluppate nell’infanzia, quando abbiamo imparato a combattere o scappare o a paralizzarci quando siamo nell’intensità del conflitto. Queste modalità sono profonde e solide e, in realtà, funzionali nelle nostre famiglie di origine. Dobbiamo riconoscere l’esistenza di queste modalità in noi stessi o, se stiamo aiutando altre persone, dobbiamo assisterle a intravvederle, e a vedere come esse possano essere di intralcio nel compiere un vero cambiamento. Innanzitutto, dobbiamo riconoscerle e, successivamente, dobbiamo volere veramente un loro cambiamento. L’espressione è, qui, essenziale: le persone devono avere la volontà di parlarne, e spesso le persone hanno la modalità istintiva di non parlare proprio o di apparire d’accordo ma, col cuore, non esserlo, il che inevitabilmente porta a accordi veramente pessimi. Le sfide per ciascun individuo sono, quindi, avere una onesta volontà di parlarne, avere una vera comprensione delle proprie preoccupazioni e  avere la volontà di tenere in considerazione l’altra persona non a proprie spese, ma come parte di una immagine più grande. Questi sono tutti aspetti differenti da considerare. Ci sono sempre diversi tipi di conflitto e mentre è difficile dire quale sia la sfida generale per tutte le situazioni, è comunque possibile notare quanto questi siano gli elementi che si presentano in modo ricorrente. Sicuramente molti conflitti sono relativi ai soldi: ciò che spesso dobbiamo fare con i soldi è riconoscere che sono simbolici e che non sono mai la fine di una conversazione, sono lo spazio attraverso il quale dobbiamo passare per trovare cosa ci sia sotto, eventualmente da considerare. Non è una operazione facile, è una grande sfida per molte persone.</p>
<p><strong>Il tuo approccio ha un principio fondamentale: lavorare con le parti tenendole insieme. Resti, quindi, per l’intera mediazione nella stessa stanza con entrambe le parti. Questo è a volte molto impegnativo, poiché ti trovi ad affrontare molte dinamiche emotivamente intense. Come ti senti e come ti prepari quando ti approcci ad una mediazione?</strong></p>
<p>Questa è una delle nostre idee centrali: far sì che le persone abbiano un potere decisionale condiviso. Ovviamente, ci sono una condivisione ed una comprensione del conflitto reali se le persone sono insieme, nella stessa stanza. Ha semplicemente senso: se devono prendere decisioni insieme, devono avere una possibilità di ascoltare e vedere veramente l’altra persona e altrettanto di poter mostrare all’altro come essi vedono le cose. Il modello tradizionale di pensiero relativamente a ciò è il metodo dei caucus (sessioni private, N.d.T.), in cui le persone sono in stanze separate ed il mediatore va avanti e indietro, lavorando al posto loro. Il problema con i caucus è che quando il mediatore va avanti e indietro, si prende più potere e responsabilità per il risultato delle stesse parti. Per questo sono eccitato dalla possibilità di ciò che può accadere quando due persone che sono in reale disaccordo giungono ad una forma di vera comprensione l’uno dell’altro. Ho sempre grandi speranze e mi sento sempre stimolato. Credo di non dover usare la mia esperienza, comprensione o qualsiasi tipo di saggezza io possa avere per cercare di decidere o influenzare la soluzione possibile per le parti. Non so quale sia la risposta ai loro problemi. So che voglio aiutarli. So che voglio usare tutto ciò che posso avere a mia disposizione per cercare di aiutarli a trovare la loro strada attraverso quella situazione. Ad un livello veramente profondo, credo veramente che spetti a loro risolvere il loro problema. Se posso aiutarli a creare le modalità per trovare la miglior soluzione possibile sento di aver svolto bene il mio compito. Non è sufficiente lavorare con le emozioni per essere graditi. Dobbiamo fare qualcosa di concreto; si tratta di rapportarci l’uno con l’altro con integrità.</p>
<p><strong>Un approccio fondamentale che utilizzi consiste nella ricerca di interconnessioni tra le persone. Nel libro che hai scritto con Jack Himmelstein hai introdotto l’interconnessione, e come le persone possono relazionarsi tra loro, in un modo molto interessante e profondo. Hai evidenziato quanto sia importante la ricerca di interconnessioni durante una mediazione, poiché permette di creare basi comuni su cui lavorare. Come ricerchi queste interconnessioni?</strong></p>
<p>E’ veramente una domanda interessante, perché la maggior parte di noi crede di essere autonoma ed indipendente. Sì, è importante imparare che siamo individui con le nostre idee ed il nostro senso del sé come parte del processo di crescita. La verità è che mentre siamo noi stessi, siamo interconnessi l’uno all’altro, dipendenti l’uno dall’altro per la nostra esistenza: condividiamo lo stesso pianeta, la stessa aria, l’acqua, il denaro, siamo legati l’uno alla vita dell’altro. Vediamo proprio ora cosa sta accadendo alle banche europee: ci ha influenzati negli Stati Uniti, e ha influenzato ciò che sta accadendo in Cina. Quando un reattore nucleare collassa in Giappone lo sentiamo ovunque. Il mondo sta diventando sempre più piccolo mentre le interdipendenze aumentano. La nostra sopravvivenza dipende dall’imparare a vivere insieme. Ma c’è anche un’altra realtà: ciò che va, prima o poi torna, quindi un giorno siamo in alto e pensiamo di non aver bisogno dell’altro, il giorno dopo siamo in basso e ne abbiamo la necessità. Negli affari, nelle comunità, nelle famiglie, nelle mediazioni. Ci sono molti livelli differenti in cui tali interconnessioni esistono, tanto materiali quanto spirituali. Penso che siamo molto meno separati di quanto pensiamo. Ci tocchiamo l’uno con l’altro. Siamo connessi.</p>
<p><strong>Come aiuti le parti ad esplorare queste interconnessioni?</strong></p>
<p>Sai, è divertente. Anche se le persone si incontrano in un’intersezione – ovvero se hanno un’unica connessione nella loro vita – c’è una qualche forma di relazione. Ieri sono stato quasi centrato da uno scooter. Stavo attraversando la strada, ero ad un incrocio e questo ragazzo mi ha evitato per un soffio, e quando mi è passato affianco ho urlato, ero veramente arrabbiato, impaurito, e lui ha fermato il suo scooter ed è tornato indietro, e mi ha guardato, ed ho potuto vedere che era dispiaciuto. Un secondo netto di differenza e tutto si sarebbe trasformato in un evento veramente serio. Per un momento lui ed io eravamo connessi. A volte, in mediazione, le persone dicono “non c’è relazione tra noi”, ma c’è. C’è stata, ed è il motivo per cui hanno dei problemi, e c’è in quel momento. A prescindere dalla possibilità di rivederci ancora nel futuro o no, abbiamo avuto una relazione, abbiamo una relazione, e ne potremmo avere una nel futuro. Possiamo trasportare questa realtà nella conversazione con le persone ed aiutarle a comprenderlo, riconoscere la verità di ciò, ed onorarla.</p>
<p><strong>Come pensi che un mediatore possa prepararsi costantemente per il suo lavoro?</strong></p>
<p>Questa è una domanda magnifica. La cosa più importante come mediatore è comprendere te stesso ed essere capace di accedere a ciò che sta avvenendo dentro di te quando sei in presenza di persone in conflitto, ed essere capace di usarlo per disegnare un percorso per gli altri. Ciò che accade, come mediatore, è che spesso ci sediamo insieme a persone e ci diciamo “Oh, quella persona ha ragione, l’altra ha torto, ci piace quella persona, non ci piace l’altra”, e poi diciamo “Oh, no, sono neutrale”. Io faccio attenzione ai sentimenti che ho dentro. La qualità centrale per un mediatore è essere capace di sospendere le reazioni interne che abbiamo per le persone, utilizzarle per comprendere la loro natura, comprendere noi stessi – questa è l’ultima parte della “comprensione” nel nostro modello di mediazione – ed essere in grado di girare tutto questo in modo da trovarci più vicini alle persone che non ci piacciono. Normalmente, quando abbiamo una brutta sensazione, qualcuno non ci piace, siamo arrabbiati o irritati con lui o lei, poi perdiamo la pazienza e lo o la vogliamo respingere. L’altra parte lo sente. Non possiamo pretendere che questa cosa non ci sia. Ma possiamo lavorare con questa sensazione per comprendere cos’ha generato la reazione negativa quando abbiamo incontrato l’altra persona. Sta in questo il girare la rabbia e le sensazioni negative in curiosità. Possiamo prendere le differenze che abbiamo con le altre persone, che spesso ci impauriscono, e dire a noi stessi: “Esploriamo queste differenze. Vediamo se possiamo comprendere l’altro, se possiamo entrambi coesistere”. Non si tratta di vedere chi dei due abbia il diritto di stare su questo pianeta, e chi no. Si tratta di divenire curiosi relativamente all’altro, comprenderlo veramente, comprendere chi è e perché fa quello che fa. Questa è la sfida veramente centrale per i mediatori. Stiamo scrivendo un libro su questo argomento, si chiama Inside Out: How to help others in conflict. Parla di come fare veramente questo cambiamento, perché è facile a dirsi, e veramente difficile a farsi.<br />
<em> </em></p>
<p><em>* Corrado Mora lavora a Verona come mediatore civile e commerciale ed avvocato. E’ mediatore accreditato al CEDR di Londra ed MCIArb. E’ mediatore presso la Camera Arbitrale Nazionale ed Internazionale di Milano, le Camere di Commercio di Firenze e Verona e l’Organismo Veronese di Mediazione Forense. Cura i blog Spunti per la Mediazione e la Negoziazione (http://www.mediazionegoziazione.wordpress.com) e Caucus On Mediation (http://www.caucusonmediation.com)</em></p>
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		<title>Qualità nella mediazione: una doppia sfida per il Ministero della Giustizia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 17:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[D. Lgs 28/2010]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Ministero della Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[decreto]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[ministero]]></category>
		<category><![CDATA[qualità]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nicola Giudice*
Tra gli innumerevoli pregi di questo blog non si può annoverare, al momento, la puntualità.
Ce ne scusiamo e per il 2012 promettiamo maggiore impegno e dedizione.
Ci troviamo a gennaio ormai avviato a discutere di una notizia ormai datata: il Ministero della Giustizia ha, infatti, pubblicato l&#8217;attesa circolare interpretativa del DM 145, che tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-3067" title="qualità scritta" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2012/01/qualità-scritta1-150x150.gif" alt="qualità scritta" width="150" height="150" />di Nicola Giudice*</p>
<p>Tra gli innumerevoli pregi di questo blog non si può annoverare, al momento, la puntualità.<br />
Ce ne scusiamo e per il 2012 promettiamo maggiore impegno e dedizione.<br />
Ci troviamo a gennaio ormai avviato a discutere di una notizia ormai datata: il Ministero della Giustizia ha, infatti, pubblicato l&#8217;attesa <a href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_8_1.wp?previsiousPage=mg_2_7_5_2&amp;contentId=SDC718215" target="_blank">circolare interpretativa</a> del DM 145, che tanto aveva fatto discutere in autunno. Il testo chiarisce molti punti dubbi in tema di tirocinio dei mediatori, di assegnazione dei casi e di tariffe.<br />
Vogliamo soffermarci su un punto apparentemente di minore rilievo e che, all&#8217;opposto, ci pare di importanza vitale, se visto in prospettiva.<br />
Il riferimento è alla fissazione di standard minimi di qualità, il cui raggiungimento dovrebbe essere<span id="more-3057"></span> &#8220;<em>requisito necessario per potere validamente svolgere un servizio di mediazione nonché di formazione che sia improntato al presupposto della professionalità, efficienza ed idoneità dei medesimi</em>&#8220;.<br />
Sarà il Ministero a dare indicazioni su quali saranno effettivamente &#8220;<em>i livelli minimi di qualità esigibili</em>&#8220;.<br />
La sfida è ambiziosa e&#8230; duplice. Da un lato ci si pone l&#8217;obiettivo di dare degli standard qualitativi ad un mondo dove il rapido sorgere in brevissimo tempo di organismi ed enti di formazione fa supporre un notevole grado di improvvisazione.<br />
A questa complessità, però, bisogna aggiungerne un’altra, ancora più ricca di insidie. Stabilire cosa significhi &#8220;qualità&#8221; in tema di mediazione non è facile. La stessa idea di mediazione è sfuggente, tanto da far sembrare più che giustificato il continuo proliferare di modelli di mediazione, scuole di pensiero e orientamenti tra i più vari. Basta leggere quanto raccontano mediatori esperti come quelli intervistati in questo blog, per intuire la complessità di un mondo caleidoscopico e a tratti indecifrabile, dove un approccio per alcuni corretto, diventa per altri errato e fuorviante.<br />
Se non esiste un modo condiviso di vedere le cose, come si può articolare una scala di valori su cui costruire un’idea di qualità?<br />
Si potrebbero prendere in esame alcuni parametri oggettivi come, ad esempio, la durata di un procedimento di mediazione. Si potrebbe pensare, d&#8217;istinto, che un procedimento di mediazione della durata di 60 giorni sia stato condotto in modo più efficiente di uno che si svolga nel doppio del tempo. Ma è veramente così? Può darsi che nel primo caso le parti abbiano raggiunto un accordo in modo eccessivamente frettoloso, magari indebitamente pressate dal mediatore. All&#8217;opposto, un procedimento più lungo potrebbe essere segno di intese più meditate e consapevoli, con maggiore garanzia di adempimento. La durata, quindi, non è da sola un indice sufficiente.<br />
Può forse esserlo la percentuale di accordi raggiunti? L&#8217;esperienza insegna che il buon mediatore non è colui che raggiunge l&#8217;accordo &#8220;ad ogni costo&#8221;. All’opposto, sa fermarsi quando le circostanze lo richiedono, lasciando alle parti il tempo di riflettere e magari definire un accordo successivamente all&#8217;incontro di mediazione vero e proprio (ma pur sempre anche grazie al mediatore). Come detto in altra sede, non tutti i &#8220;mancati accordi&#8221; rappresentano un dato necessariamente negativo (e non sempre un accordo deve essere considerato a tutti gli effetti come un successo).<br />
Cosa dire della gestione dei tempi? La convocazione di un incontro di mediazione in 15 giorni (il tempo formalmente indicato dal legislatore) dovrebbe essere un requisito minimo indiscutibile. Se così fosse, dovremmo considerare come eccellente l&#8217;organismo che riuscisse a rispettare questa scedenza. Anche in questo caso, l&#8217;esperienza insegna come la maggior parte dei protagonisti di una controversia (sia essi parti istanti o invitate) non sia assolutamente in grado di poter garantire la partecipazione ad un incontro fissato in tempi così rapidi. In questo caso la celerità rappresenterebbe un ostacolo per entrambe le parti. A chi gioverebbe, allora, tanta dimostrazione di efficienza?<br />
Gli esempi potrebbero continuare.<br />
Cosa fare, allora? Bene ha fatto il Ministero ad affrontare questa doppia sfida, che è necessaria per il bene della mediazione, ma il difficile inizia adesso.<br />
Qualche primo suggerimento potrebbe venire proprio dai lettori di questo blog.</p>
<p>*Nicola Giudice è Responsabile del Servizio di conciliazione della Camera Arbitrale di Milano, organismo di mediazione della Camera di commercio di Milano</p>
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		<title>Un primo bilancio</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 19:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo tante (forse troppe) parole, arrivano dati concreti relativi all&#8217;esperienza &#8220;D.Lgs.28&#8243;. Il Ministero della Giustizia ha infatti reso pubblici i numeri che descrivono l&#8217;attività degli organismi di mediazione dal 21 marzo al 30 settembre 2011.
I primi sei mesi di sperimentazione iniziano a dire qualcosa di interessante.
Scopriamo che 7 volte su 10 le parti invitate in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-3044" title="interrogativo" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/12/interrogativo-150x150.jpg" alt="interrogativo" width="150" height="150" />Dopo tante (forse troppe) parole, arrivano <a href="http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_9.wp?contentId=NOL688808" target="_blank">dati concreti</a> relativi all&#8217;esperienza &#8220;D.Lgs.28&#8243;. Il Ministero della Giustizia ha infatti reso pubblici i numeri che descrivono l&#8217;attività degli organismi di mediazione dal 21 marzo al 30 settembre 2011.</p>
<p>I primi sei mesi di sperimentazione iniziano a dire qualcosa di interessante.</p>
<p>Scopriamo che <span id="more-3038"></span>7 volte su 10 le parti invitate in mediazione decidono di non partecipare ad un incontro (o, per chi vuol vedere la parte piena del bicchiere, che 3 su 10 aderiscono). Inoltre emerge che se l&#8217;incontro si svolge, le parti raggiungono l&#8217;accordo in poco oltre il 50% dei casi.</p>
<p>Questo significa che di 100 pratiche depositate, in 15 casi si arriva ad un accordo.</p>
<p>Qualche prima considerazione. Valutare la mediazione solo in base al suo esito finale, rischia di essere per certi aspetti fuorviante. Capita che il mediatore debba arrestarsi di fronte all&#8217;evidenza che un (buon) accordo non potrà essere raggiunto. Inoltre un&#8217;intesa a qualunque costo potrebbe rappresentare un rimedio ben peggiore del male. Per contro, bisogna evidenziare che in più occasione la parti non raggiungono un accordo al termine della mediazione ma lo concretizzano successivamente, grazie al lavoro svolto in mediazione. Di più, in certi casi le parti, di fronte alla prospettiva di un incontro di mediazione, trovano le ragioni per avviare in proprio un tentativo negoziale che le spinge ad un accordo prima della mediazione stessa. Insomma, esiste un valore aggiunto che la mediazione porta e che è senz&#8217;altro superiore rispetto a quello della mera percentuale di accordi.</p>
<p>Posto che l&#8217;effetto deflattivo non dovrebbe essere, almeno a mio modesto avviso, il metro di misura del successo della mediazione, bisogna interrogarsi per comprendere quale sia il peso reale di questo valore aggiunto e quanto questo possa incidere in termini di deflazione del contenzioso.</p>
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		<title>Intervista a Kimberlee Kovach</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 18:09:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Corrado Mora
Pubblichiamo una nuova intervista ai protagonisti della mediazione, grazie al prezioso contributo di Corrado Mora, ormai stabile collaboratore di questo blog. Oggi è il turno di Kimberlee Kovach, ovvero più di trent’anni di esperienza come docente, formatrice e professionista di alto livello.
In passato è stata presidentessa della Sezione Dispute Resolution dell’American Bar [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-3034" title="kimberlee-kovach" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/11/kimberlee-kovach-150x150.jpg" alt="kimberlee-kovach" width="150" height="150" /> di Corrado Mora</p>
<p><em>Pubblichiamo una nuova intervista ai protagonisti della mediazione, grazie al prezioso contributo di Corrado Mora, ormai stabile collaboratore di questo blog. Oggi è il turno di Kimberlee Kovach, ovvero più di trent’anni di esperienza come docente, formatrice e professionista di alto livello.<br />
In passato è stata presidentessa della Sezione Dispute Resolution dell’American Bar Association, come della Sezione ADR del State Bar of Texas.<br />
La professoressa Kovach ha tenuto numerosi corsi di ADR per la formazione professionale legale nel corso di più di vent’anni, ed è autrice di un testo per le law schools, MEDIATION: PRINCIPLES AND PRACTICE (3rd ed. 2004). E’ anche autrice di MEDIATION IN A NUTSHELL (2nd ed. 2010).<span id="more-3033"></span><br />
Ha inoltre pubblicato numerosi articoli per riviste di diritto, capitoli di libri, come brevi articoli su svariati argomenti relativi ai metodi di ADR.<br />
Ha una fervente attività come relatrice in tutti gli Stati Uniti ed all’estero, ed è mediatrice, arbitro e formatrice.<br />
E’ attualmente direttrice del Frank Evans Center for Conflict Resolution e  Distinguished Lecturer in Dispute Resolution presso il South Texas College of Law.<br />
Il background di Kimberlee Kovach la pone in una posizione di vertice per descrivere la situazione della deontologia in mediazione in generale e negli Stati Uniti.<br />
E’ un argomento molto importante, poiché direttamente connesso alla protezione delle parti, così come alla salvaguardia della professione stessa. Alcuni aspetti deontologici sono, in qualche modo, auto-applicanti: le parti e i loro assistenti possono comprendere chiaramente se un mediatore tende a propendere per una delle parti o se ha un interesse personale nella controversia, oppure se – autonomamente, o all’interno di un Organismo di mediazione – applica tariffe inadeguate.  Di conseguenza, possono compiere le scelte più opportune. Ciò non è, però, abbastanza ed il problema dell’individuazione ed attuazione delle regole deontologiche rimane una ferita scoperta (la situazione negli Stati Uniti sembra abbastanza generalizzabile, relativamente a questo punto).<br />
La tutela delle parti dipende altamente anche dalla qualità di un passaggio fondamentale: mettere la teoria in pratica. Ciò può essere delicato quando la teoria consiste nel lasciare la responsabilità del contenuto alle parti, e la pratica nel test della realtà. L’approccio di Kimberlee è efficace, continuate a leggere!</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Si ricorda che la presente intervista è la traduzione di quanto pubblicato sul blog caucusonmediation.com)</em></p>
<p><strong>La formazione di un mediatore spesso riguarda tecniche pratiche che, a volte, non vengono esplicitamente radicate in argomenti più generali. Ad esempio, l’approccio ad un elemento fondamentale come la deontologia nella mediazione è spesso limitato ad una serie di “cose da fare” e “cose da non fare”. Come consideri il ruolo dell’etica professionale nella mediazione?</strong></p>
<p>La parte iniziale della formazione di un mediatore deve certamente considerare aspetti pratici del procedimento, affinché ai discenti sia permesso, al completamento del corso, di poter condurre delle reali mediazioni. Come per ogni professione, però, possono successivamente presentarsi alcune situazioni che si collegano alla deontologia. Tale problematica è particolarmente complessa da affrontare in relazione alla mediazione, poiché molti mediatori praticano anche un’altra professione, come ad esempio gli avvocati, i commercialisti o gli ingegneri. Nella maggior parte dei casi, queste professioni sono dotate di standard di etica professionale che i professionisti sono tenuti a seguire. Tali standard di condotta hanno spesso scarsa rilevanza nella mediazione. Per questo motivo, nei primi anni ’80 svariate organizzazioni, a livello locale e nazionale, hanno prediposto dei codici deontologici per mediatori.<br />
Non credo che, al tempo, i mediatori – almeno, la maggior parte di essi – si comportassero in modo  deontologicamente scorretto, ma spesso si presentavano delle questioni problematiche, ed i mediatori (che erano soprattutto dei volontari) sentivano l’esigenza di una guida. Alcuni anni dopo si presentò un ulteriore fattore che, credo, contribuì ad amplificare l’esigenza di individuare e regolamentare alcuni standard di etica professionale. Svariati interrogativi si posero in relazione alla considerazione della mediazione come una professione autonoma. Una caratteristica comune, forse universale, di una professione è la propria auto-regolamentazione; nacquero così discussioni relative alla regolamentazione. I mediatori erano preoccupati che qualcun altro potesse intervenire, e così decisero di cercare di porre da sé i propri standard. La promulgazione di un Codice Deontologico fu vista da molti come un passo significativo in tale direzione.</p>
<p><strong>Qual è lo “stato dell’arte” della tua regolamentazione deontologica nazionale, e come lo consideri? Trovi che qualche miglioramento sia auspicabile?</strong></p>
<p>Nonostante molto sia stato fatto a livello locale, statale e nazionale, non c’è un intervento propriamente coordinato. La regolamentazione nazionale potrebbe essere considerata come ciò che viene comunemente definito  uno standard comune di condotta.  Ma prima un po’ di storia.<br />
Nei primi anni ’90 tre organizzazioni nazionali, e specificamente l’ American Arbitration Association (AAA), la Sezione di Dispute Resolution dell’American Bar Association (ABA) e la Society of Professionals in Dispute Resolution (SPIDR) si riunirono per sviluppare un “codice deontologico nazionale”. Approvato dalle tre organizzazioni nel 1994, il documento è divenuto famoso come il Model Standards of Conduct for Mediators. Ho avuto il privilegio di essere co-reporter per quegli interventi, successivamente seguiti da revisioni e miglioramenti degli standard. Il modello rivisitato degli standard etici per i mediatori fu infine approvato dalle tre organizzazioni nel 2005 (da notare che la SPIDR era divenuta l’Association for Conflict Resolution-ACR).  Il codice può essere reperito sul sito internet dell’<a href="http://www.americanbar.org/content/dam/aba/migrated/dispute/documents/model_standards_conduct_april2007.authcheckdam.pdf" target="_blank">American Bar Association</a>. Anche se molto è stato fatto in termini di attuazione, per molti versi questo codice rimane puramente di ispirazione. In altre parole, poiché non esiste alcuna organizzazione di monitoraggio, la concreta applicazione risulta problematica. Solo pochi Stati hanno attivato un procedimento disciplinare nei confronti di un mediatore. In tutti questi casi (tre o quattro, mi pare), poiché l’attribuzione delle competenze è garantita dalla corte suprema statale, i soli mediatori che possono essere sottoposti ad azione disciplinare sono coloro che operano nella mediazione delegata (in Inglese: court-related o annexed mediation. Per un utile definizione, si veda l’utile <a href="http://blogconciliazione.com/2011/10/una-giornata-di-mediazione-nel-tribunale-civile-di-brooklyn" target="_blank">articolo di Chiara Catti</a>). Non c’è ad oggi una regolamentazione per le mediazioni puramente private. Per questo la creazione di un meccanismo standard di attuazione delle regole deontologiche dei mediatori sembra essere il prossimo passo logico da compiere.</p>
<p><strong>Kimberlee, da una prospettiva storica, come consideri l’evoluzione delle relazioni tra gli attori del sistema giudiziario (giudici, avvocati, parti) e la mediazione negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>In generale, è stata a volte una strada sterrata, altre una dolce navigazione. Essenzialmente, il rapporto tra il sistema legale e la mediazione è stato un continuo susseguirsi di vantaggi e sfide. Chiaramente ciò varia a seconda dei momenti e dei luoghi. La mediazione delegata si è sviluppata in modo differente nelle diverse giurisdizioni. In alcuni casi, i giudici rendono l’uso della mediazione obbligatorio, mentre in altri essa viene semplicemente suggerita.<br />
Una sfida ha riguardato il grado di influenza ed impatto del sistema legale sulla mediazione. In alcuni casi, una concentrazione quasi esclusiva sulla natura legale della controversia e dell’accordo ha portato a situazioni in cui il potenziale della mediazione è andato perduto. In altri ancora, si sono osservate alcune difficoltà quando la comunità legale non ha compreso la natura della mediazione. La mediazione non è in grado di mantenere la sua promessa quando diviene troppo “legalizzata”. Quando gli individui divengono parte di una controversia e ricercano l’assistenza legale, il tutto viene “legalizzato”, ossia discusso e visto unicamente in termini di cause ed effetti giuridici. Il fatto è che a tale giuridicizzazione soggiace una controversia e la mediazione vuole assistere le parti, siano esse individui, imprese, multinazionali o istituzioni governative a risolverla. A volte, quando gli aspetti legali sono dominanti, si perde l’opportunità di trovare una soluzione  ed un accordo reali. D’altronde, quando l’attenzione si concentra sugli elementi del conflitto e sulle necessità e gli interessi delle parti, si creano opportunità per raggiungere diverse ed ulteriori modalità risolutive, che possono portare ad una soluzione creativa, innovativa. Il potenziale che la mediazione ha nell’assistere le parti, nel dar loro un’opportunità per essere ascoltati, per avere voce e poter ritagliare sartorialmente soluzioni che possano essere di (quantomeno sufficiente) soddisfazione per tutte le parti, è perso quando le uniche basi o argomentazioni sono gli elementi giuridici.<br />
Allo stesso tempo, è pur vero che molti distretti giudiziari, negli Stati Uniti, sono stati “campioni” di mediazione. Di fatto, i giudici che in Florida e in Texas hanno iniziato ad imporre o suggerire alle parti la mediazione hanno dato avvio ad un cambiamento culturale, che ha portato oggi ad un uso quotidiano della mediazione in moltissime giurisdizioni in tutti gli Stati Uniti. Esistono oggi molti programmi che coinvolgono il settore giudiziario, e senza tali iniziative l’uso della mediazione sarebbe molto più limitato. Per questo, le corti hanno spesso, e notevolmente, favorito la diffusione della mediazione. Come molte relazioni, è probabile che questa continui a crescere ed evolvere.</p>
<p><strong>Il tuo approccio al ruolo del mediatore è sempre stato chiaro, concreto ed ispiratore: le parti sono responsabili del contenuto, il mediatore è responsabile del processo. E’ una cornice interessante della profonda analisi della mediazione che hai condotto con il tuo &#8220;<em>Mediation. Principles and Practice</em>&#8220;. Secondo te, come dovrebbe agire concretamente un mediatore per mantenere un approccio facilitativo e rispettare tali responsabilità, particolarmente conducendo attività difficili come il test della realtà ed il coaching relativo alla negoziazione?</strong></p>
<p>Sì, mi rendo di certo conto che sia molto più facile parlare di linee nette; ma non è sempre possibile mantenere la chiarezza in situazioni concrete. La specializzazione del mediatore è certamente quella di esperto del processo, poiché è colui che conduce e guida i partecipanti, gli avvocati ed i clienti attraverso il procedimento. D’altra parte, quando si tratta di considerare i compiti difficili, come hai notato, quando sono necessari approfondimenti ed analisi dei contenuti, la linea netta e chiara può sfumarsi un po’. Le parti hanno spesso necessità di condurre un test della realtà come assistenza nella loro presa di decisioni, qualora abbiano aspettative irrealistiche. Questa è una specie di ri-orientamento, che considera i contenuti o la situazione da una prospettiva differente. Se ciò viene compiuto soprattutto attraverso delle domande, allora il mediatore può rimanere più collegato al processo, pur tuttavia potendo far emergere delle informazioni che possano aiutare le parti a riflettere o a vedere le cose  in modo un po’ differente. Questo approccio differisce per molti versi dal più forzato ed aggressivo stile valutativo e propositivo. Se le domande e l’esplorazione sono fatti in modo diretto ed efficace, i mediatori possono aiutare le parti a intravvedere prospettive differenti. In conclusione, quindi, i risultati sono simili, ma ciò che differisce sono le modalità con cui il procedimento è attuato. In altre parole, i mediatori possono permettere una modellazione della conversazione sulla realtà piuttosto che imporne una alle parti. Relativamente all’assistenza nella negoziazione, vedo il ruolo del mediatore, in parte, come quello di un educatore. E’ quindi certamente appropriato e consono ad uno stile più facilitativo e ad un approccio più orientato al processo l’educare o il fare coaching alle parti sulla negoziazione. Emerge ancora come la mediazione possa essere spesso più efficace quando sollecita l’emersione delle informazioni dalle parti piuttosto che quando fornisce tutte le risposte.</p>
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		<title>La Mediazione Trasformativa: intervista a Joseph Folger</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 11:53:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Eugenio Vignali
Nel 1994 usciva negli Stati Uniti The Promise of Mediation: Responding to Conflict Through Empowerment and Recognition di Robert A. Baruch Bush e Joseph P. Folger, un testo sulla mediazione che provocava un forte impatto sulla comunità dei professionisti della risoluzione alternativa dei conflitti.
I due studiosi e mediatori statunitensi proponevano infatti di abbandonare [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><img class="alignnone size-full wp-image-3017" title="folger_j" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/11/folger_j.jpg" alt="folger_j" width="100" height="125" />di Eugenio Vignali</span></p>
<p>Nel 1994 usciva negli Stati Uniti The Promise of Mediation: Responding to Conflict Through Empowerment and Recognition di Robert A. Baruch Bush e Joseph P. Folger, un testo sulla mediazione che provocava un forte impatto sulla comunità dei professionisti della risoluzione alternativa dei conflitti.<br />
I due studiosi e mediatori statunitensi proponevano infatti di abbandonare il “classico” approccio alla mediazione di tipo “problem solving”, per lavorare invece sulla capacità e possibilità dei due contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando l’empowerment di ciascuno e il riconoscimento reciproco, così da trasformare gradualmente la qualità della loro interazione da oppositiva e conflittuale a costruttiva e collaborativa.<br />
Abbiamo chiesto direttamente a Joseph Folger, docente di Sviluppo organizzativo alla Temple University di Philadelphia, mediatore e autore di numerose pubblicazioni sulla mediazione e sul conflitto, di chiarirci i punti fondamentali dell’approccio trasformativo alla mediazione.<span id="more-3006"></span><br />
<strong>Joseph, qual è il significato di “risoluzione del conflitto” nella visione trasformativa?</strong><br />
-Secondo l’approccio trasformativo, un conflitto evolve positivamente quando c’è un miglioramento nella qualità nella interazione conflittuale fra le parti. Tale cambiamento positivo è prodotto attraverso i progressi che le parti attuano nella direzione di un maggior empowerment individuale e di un maggior riconoscimento reciproco. Nel compiere questi progressi la natura della loro interazione migliora secondo una visione trasformativa e tale risultato è indipendente e va oltre qualunque risultato specifico che possa essere ottenuto o concordato rispetto all’oggetto della controversia. L’attività principale del mediatore consiste dunque nel facilitare questi cambiamenti ogni volta che se ne manifesta l’opportunità nel corso dell’incontro con le parti.<br />
<strong>Puoi dare una breve definizione dei concetti di empowerment e riconoscimento secondo la visione trasformativa?</strong><br />
-L’empowerment è il cambiamento da una condizione personale di debolezza, indecisione e risposte non meditate ad una caratterizzata da risposte più consapevoli, intenzionali e valutative basate su di una maggiore comprensione del problema, una maggiore ponderatezza e una maggiore attenzione.<br />
Il riconoscimento esprime invece l’intenzione di uscire da una prospettiva chiusa e autoreferenziale per includere il punto di vista, la prospettiva e l’interpretazione dei fatti dell’altro.<br />
<strong>Quasi tre decenni di pratica della Mediazione Trasformativa hanno confermato che agire sull’empowerment e sul riconoscimento può effettivamente portare le parti al superamento delle cause del loro conflitto ed alla elaborazione di una sua risoluzione?</strong><br />
-Certamente, quando le parti compiono progressi significativi nel proprio empowerment e nel riconoscimento dell’altro, procedono con più facilità e sicurezza verso le decisioni che vogliono prendere e che sono basate su una migliore comprensione di se stessi e dell’altro.<br />
<strong>La tua esperienza conferma che l’approccio trasformativo può essere usato efficacemente in qualunque occasione di mediazione?</strong><br />
-L’approccio trasformativo alla mediazione può essere utilizzato in qualunque tipo di conflitto, poiché esso riguarda sostanzialmente l’interazione fra le parti, sia direttamente fra persone o mediato in qualche modo. Tuttavia se i soggetti coinvolti definiscono il proprio successo rispetto all’esito del conflitto in modo diverso da quanto prevede il modello trasformativo, come avviene in certi contesti istituzionali, può risultare difficile restare fedeli a tale pratica. Ciò non significa comunque che essa sia impossibile in quelle particolari occasioni, ma solamente che i risultati ottenibili non sono considerati di valore in quelle circostanze. Si dovrà dunque valutare obiettivamente ciò che è possibile ottenere attraverso la Mediazione Trasformativa per utilizzarla con successo nel contesto in cui deve essere applicata.<strong><br />
In Italia la mediazione è considerata soprattutto come una via alternativa (e in taluni casi obbligata) per ottenere il risarcimento di un danno o l’affermazione di un diritto. Nella maggior parte dei casi non vi sembra dunque essere l’obiettivo nelle parti di ricostruire la propria relazione, superando le cause del conflitto, né tanto meno quello di uscire da tale situazione conflittuale rafforzati nella propria autodeterminazione e capacità di affrontare e risolvere le controversie della vita. Quali argomentazioni può dunque usare un mediatore per giustificare l’apparente spostamento degli obiettivi della sua azione dato dall’approccio trasformativo?</strong><br />
-Innanzitutto, l’attenzione alla qualità dell’interazione fra le parti non significa che gli argomenti concreti quali i danni non siano affrontati nella discussione. Le parti hanno comunque chiaro il motivo per cui affrontano una mediazione e sono loro a decidere quali argomenti affrontare e quali evitare e se il loro obiettivo è occuparsi del risarcimento di un danno, così sarà. La differenza è che nella pratica trasformativa il mediatore non insiste nel riportare la discussione sul danno stesso se le parti iniziano ad affrontare altri argomenti e aspetti che ritengono importanti per loro stessi e il loro conflitto. La ricerca effettuata sui programmi di risoluzione dei conflitti del US Postal Service (conflitti affrontati attraverso la Mediazione Trasformativa N.d.t.) ha indicato che in circa due terzi dei casi le parti hanno risolto le loro questioni anche se le controversie avrebbero potuto proseguire oltre la fase della mediazione, ma ciò non accadde. Dunque, questa ricerca indica che le parti effettivamente affrontano in primo luogo quegli aspetti che le portano a raggiungere un accordo di mediazione. L’attenzione del mediatore nell’approccio trasformativo non è allora rivolta specificamente a cercare una soluzione, ma rimane focalizzata nell’individuare opportunità per l’empowerment ed il riconoscimento e saranno poi le parti stesse che decidono sino a dove vogliono arrivare nell’affrontare le questioni concrete.<br />
<strong>Rivolgendosi a mediatori che usano il più diffuso approccio alla mediazione di tipo “problem solving”, quali argomenti possono essere utilizzati per motivarli ad abbracciare la visione trasformativa?</strong><br />
-È importante che le decisioni che le parti raggiungono siano prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore. Senza una chiara differenzazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti. Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione Trasformativa che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso. Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente attraverso l’empowerment e il riconoscimento andrà perduta.<br />
<strong>In ultimo, come si sta diffondendo la mediazione trasformativa al di fuori degli Stati Uniti?</strong><br />
-La Mediazione Trasformativa si sta effettivamente diffondendo a livello internazionale, dall’America all’Europa all’Asia. Ci sono colleghi in molti paesi che applicano l’approccio trasformativo nella loro pratica in molti contesti diversi.<br />
Grazie Joseph e speriamo di averti presto anche in Italia!</p>
<p>NOTE:<br />
The Promise of Mediation è pubblicato in Italia con il titolo: La promessa della mediazione. L&#8217;approccio trasformativo alla gestione dei conflitti, a cura di G. Scotto. Ed. Vallecchi, 2009.<br />
Il sito dell’Institute for the Study of Conflict Transformation di Joseph Folger e Robert Baruch Bush: www.transformativemediation.org<br />
Il sito di Eugenio Vignali nel quale è possibile trovare materiale sulla Mediazione Trasformativa in italiano: www.mediazione.si.it</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Arial&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> </span></p>
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		<title>Obbligatorietà da subito?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 10:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il maxiemendamento al decreto stabilità prevederebbe l&#8217;entrata in vigore da subito (e non più da fine marzo 2012) del tentativo obbligatorio in materia di rc auto e di condominio. In attesa di una sua approvazione, o comunque di maggior notizie sul punto, segnaliamo la notizia apparsa sul quotidiano Italia Oggi.
Commenti?
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il maxiemendamento al decreto stabilità prevederebbe l&#8217;entrata in vigore <strong>da subito</strong> (e non più da fine marzo 2012) del tentativo obbligatorio in materia di rc auto e di condominio. In attesa di una sua approvazione, o comunque di maggior notizie sul punto, segnaliamo la notizia apparsa sul quotidiano Italia Oggi.</p>
<p>Commenti?</p>
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		<title>Una giornata di mediazione nel Tribunale Civile di Brooklyn</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 10:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Chiara Catti
La mediazione nelle Civil Court di Brooklyn si svolge in stanze adiacenti all&#8217;aula dove il giudice tiene l’udienza principale ed è completamente gratuito per le parti in quanto sovvenzionata dallo Stato che dedica alla mediazione una specifica voce di spesa del budget per la giustizia.
Le mediazioni c.d. court-annexed hanno carattere obbligatorio. Infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-2999" title="Brooklyn" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/10/Brooklyn-150x139.jpg" alt="Brooklyn" width="150" height="139" /> di Chiara Catti</p>
<p>La mediazione nelle <em>Civil Court</em> di Brooklyn si svolge in stanze adiacenti all&#8217;aula dove il giudice tiene l’udienza principale ed è completamente gratuito per le parti in quanto sovvenzionata dallo Stato che dedica alla mediazione una specifica voce di spesa del budget per la giustizia.</p>
<p>Le mediazioni c.d. <em>court-annexed </em><span id="more-2998"></span>hanno carattere obbligatorio. Infatti è il giudice stesso, aiutato dal cancelliere, a decidere quali tra i casi fissati per quel giorno sono adatti ad un tentativo preliminare di mediazione. La fondamentale differenza tra la c.d. <em>court-annexed mediation</em> statunitense<em> </em>e il nostro tentativo obbligatorio di mediazione è che le parti non sanno che il loro caso sarà oggetto di un tentativo di mediazione. Ne vengono informate il giorno stesso dell’udienza. Non vi è infatti una lista di materie soggette al tentativo obbligatorio di mediazione anche se spesso si tratta di casi tra privati in materie quali, contratti di locazione, rapporti tra datore di lavoro e lavoratore, rapporti di famiglia solo però nel caso di dispute relative a denaro, rapporti di vicinato, etc…).</p>
<p>L’esperienza e le statistiche dimostrano che non vi sono differenze significative tra mediazione volontaria e mediazione obbligatoria in termini di raggiungimento di un accordo scritto il quale avviene circa nell’85 %  dei casi sottoposti a mediazione.</p>
<p>Fondamentale diventa in questo caso il ruolo del mediatore cui è affidato il compito di spiegare alle parti non solo come funziona la mediazione ma anche il ruolo che la stessa ha all’interno del sistema giudiziario civile. Nel caso di accordo le parti, aiutate dal mediatore, scrivono su un modulo prestampato del tribunale i punti fondamentali dell’intesa (in generale, trattandosi di pagamenti la data entro cui il debito sarà estinto, il luogo e la modalità di pagamento e altre obbligazioni collaterali). Nel modulo prestampato è prevista anche l’ipotesi del mancato rispetto dell’accordo, ad esempio mancato pagamento entro la data stabilita della somma concordata. In questo caso il creditore ha a disposizione sul modulo stesso dell’accordo un <em>affidavit</em>, uno strumento di <em>common-law </em>con cui il creditore rende una dichiarazione sotto giuramento circa il mancato rispetto dell’accordo che costituisce titolo esecutivo per ottenere il pagamento.</p>
<p>Vi è poi una semplice procedura di verifica formale degli accordi tramite il quale il giudice provvede a convalidare (“<em>allocute”</em>) quanto concordato nell’accordo di mediazione, chiedendo alle parti se hanno compreso i termini dell’accordo e il fatto che è vincolante.</p>
<p>Il servizio di mediazione è assicurato dal NY Peace Institute<em></em>, un’organizzazione <em>non-profit </em>dello Stato di NewYork che si occupa della gestione delle mediazioni sia nei tribunali, sia nei <em>communities center</em>, ovvero centri locali che offrono servizi di mediazione gratuiti alla comunità. Lo stesso istituto svolge attività di formazione rivolta a professionisti (per maggiori informazioni www.nypeace.org).</p>
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		<title>VIII Settimana della conciliazione anche in Lombardia</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 15:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ottava candelina per la Settimana della Conciliazione del sistema camerale (24- 28 ottobre).
Come di consueto le Camere di commercio dedicheranno la loro attenzione a promuovere la loro attività nel settore della conciliazione/mediazione, organizzando eventi, meeting e altre iniziative (che saranno progressivamente promosse qui). Il tutto sarà supportato da una campagna promozionale su media tradizionali e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2990" title="faccia" src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/10/faccia.jpg" mce_src="http://blogconciliazione.com/wp-content/uploads/2011/10/faccia.jpg" alt="faccia" width="116" height="116">Ottava candelina per la <b>Settimana della Conciliazione del sistema camerale (24- 28 ottobre)</b>.</p>
<p>Come di consueto le Camere di commercio dedicheranno la loro attenzione a promuovere la loro attività nel settore della conciliazione/mediazione, organizzando eventi, meeting e altre iniziative (che saranno progressivamente promosse <a href="http://www.conciliazione.camcom.it" mce_href="http://www.conciliazione.camcom.it" target="_blank">qui</a>). Il tutto sarà supportato da una campagna promozionale su media tradizionali e web.</p>
<p>Il <b>sistema camerale lombardo</b> però è andato oltre e ha predisposto un<b> roadshow </b>molto particolare, <b>interamente dedicato alle associazioni di categoria</b>. L&#8217;iniziativa proseguirà fino a metà dicembre; un percorso a tappe per l&#8217;intera regione (<a href="http://www.unioncamerelombardia.it/images/File/NE_Eventi%202011/CALENDARIO%20ROAD%20SHAW.pdf" mce_href="http://www.unioncamerelombardia.it/images/File/NE_Eventi%202011/CALENDARIO%20ROAD%20SHAW.pdf" target="_blank">queste le date</a>) per cercare nuovi alleati nella promozione dello strumento.</p>
<p>Particolarmente attiva la <b>Camera di Commercio di Lecco</b> che ha realizzato <a href="http://www.lc.camcom.gov.it/P42A350C112S10/VIII-Settimana-della-Conciliazione-24-29-ottobre-2011.htm" mce_href="http://www.lc.camcom.gov.it/P42A350C112S10/VIII-Settimana-della-Conciliazione-24-29-ottobre-2011.htm" target="_blank">una serie di iniziative</a> con la collaborazione di Camera Arbitrale di Milano.</p>
<p>Perchè una Settimana dedicata a questo tema? Anzi, perchè ben otto settimane, un anno dopo l&#8217;altro? Perchè la diffusione della mediazione è soprattutto un fatto culturale e non esiste cultura senza informazione e confronto. A questi incontri sono quindi invitati non tanto i fan della mediazione (come molti frequentatori di questo blog) quanto piuttosto gli scettici, i dubbiosi e i perplessi che ancora vogliono capire bene di che si tratta.&nbsp; E siccome tutti gli anni alla fine della settimana, sono sempre di più i sostenitori della mediazione, contiamo anche quest&#8217;anno di fare un po&#8217; di proseliti (oppure anche no, ma almeno ci avremo provato).</p>
<p>Buona settimana a tutti!</p>
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