La formula del bravo conciliatore
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01
lug

Chi sa trovare la formula del bravo conciliatore?
Essere un bravo conciliatore è più una questione di tecnica o di dote naturale?
Al quesito, che ci viene spesso rivolto dai nostri interlocutori, noi rispondiamo a nostro modo, crediamo che non esista un’unica risposta corretta.
Più interessante, invece, mettere a confronto le varie opinioni.
Come risolvereste voi lettori l’equazione?
Dott.ssa Emanuela Villa
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Commento di ANNALISA Dott.ssa GAZZARA — 2 luglio 2010 @ 09:28
Buongiorno
sono d’ accordo nell’ affermare che non esista una unica risposta,
ma dipende dalla sensibilità , empatia ed altro che il conciliatore
riesce ad instaurare con le parti.
Cordiali saluti
Este 02/07/2010
Commento di paola dott.ssa mazzoni — 2 luglio 2010 @ 09:52
Buongiorno,
per la mia epserienza personale, ormai faccio conciliazioni, oggi mediazioni, da alcuni anni e posso affermare che l’empatia e le doti personali sicuramente aiutano, ma la tecnica e la preparazione del conciliatore sono fondamentali. Saper gestire l’incontro o gli incontri successivi mantenendo imparzialità , controllo emozionale, ed autorevolezza, richiede una preparazione professionale che non si acquisisce in poco tempo, con un corso base, ma si matura con esperienze e negli anni. Infatti il problema della formazione del mediatore è sicuramente il più importante.
buona giornata
Lucca, 02/07/2010
Commento di Giorgio Marzocchi — 2 luglio 2010 @ 10:02
Non sono io a dirlo (cfr. CASTELLI, La mediazione, Ed. Raffaello Cortina, 1996) ma la ricerca scientifica ha tentato una risposta alla domanda e coloro che si sono occupati del problema si sono divisi tra una minoranza che ha dato maggiore, se non esclusiva, importanza alla formazione teorica, un’altra minoranza che ha dato preminenza all’esercizio della pratica e una maggoranza che ha dato importanza ad un mix difficilmente determinabile tra l’una e l’altra. Non so se dal 1996, anno nel quale è stata pubblicata la monografia citata, per altro sempre molto attuale, la situazione sia cambiata. A mio modesto avviso, ma è solo un’opinione, mi sembra improbabile che in così poco tempo la situazione abbia subito sostanziali modifiche e ritengo anch’io, con la maggiornaza che il buon mediatore sia il risultato di un mix indefinibile delle due “formazioni”: teoria e pratica.
Commento di Dino Salati — 2 luglio 2010 @ 11:14
Sono un sostenitore della mediazione per la conciliazione.
La mediazione significa appunto mediare gli opposti interessi.
Occorre pertanto essere conoscitori dei problemi controversi che si affrontano, perché più elementi si riescono ad estrapolare ed evidenziare tanto in negativo che in positivo, più abbiamo elementi da soppesare sulla bilancia che oscilla continuamente da una parte e dall’altra,più il nostro intervento di mediatori sarà , pertanto, decisivo, ma occorre acquisire la sensibilità ,l’acume di cogliere l’attimo fuggente e chiudere ad uno dei tanti passaggi per il punto di equilibrio della bilancia che non lasci però irrisolte questioni importanti che magari ufficialmente non appaiono nella controversia ,ma che spesso, molto spesso, sono la causa scatenante e determinante della lite da conciliare.
Sicuramente i corsi possono illuminare chi si accosta alla nuova funzione di mediatore che è poi la più antica di tutte le professioni l’arte di comunicare, di interpretare i bisogni comuni di persone che parlano lingue diverse o che comunque sono motivate da bisogni diversi da soddisfare.Sono convinto che nell’introdurre il tentativo obbligatorio di conciliazione il legislatore meglio avrebbe fatto a ricercarne i più idonei tra i CTU del tribunale, lasciando ai presidenti di sezione e magari agli ordini degli avvocati il compito di individuarne i più idonei per il caso specifico.
In pratica sarebbe stato meglio sottrarre alla speculazione di Enti privati l’accaparramento di corsi a pagamento che con 40 ore di partecipazione dovrebbero far acquisire quella praticità oltre che tecnica e sensibilità ,certamente e naturalmente acquisita, invece, da chi svolgendo da oltre 15 anni di lavoro le funzioni di ausiliare del Giudice, sicuramente ne ha più titolo , dà più garanzia ,e sarebbe più accettato dagli addetti ai lavori , avvocati, giudici e soprattutto dai cittadini utenti del servizio in alternativa per la risoluzione delle dispute.
Avv.Dino Salati C.T.del giudice dal 1967, in materia di edilizia e servitù prediali, presso il Tribunale di Milano, geometra, collaudatore opere pubbliche regione lombardia,revisore contabile, già Vice Procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Monza.
Commento di daniela — 2 luglio 2010 @ 12:31
Io sono coniciliatrice o mediatrice ma non ho molta esperienza. Ritengo oltre alla buona teoria e alla indispensabile pratica un buon conciliatore si distingue per la fantasia nel cercare vie praticabili nel caso concreto; non dare mai niente per scontato
Commento di Fabio Secchi — 2 luglio 2010 @ 12:38
Personalmente credo che sia più importante la dote naturale, perchè si possono conoscere in modo approfondito tutte le tecniche e le regole, ma se il modo di porsi non trova positivo accoglimento fra le parti in lite, non si arriva a nulla. L’opposto invece vale per la procedura arbitrale.
Commento di michele — 2 luglio 2010 @ 13:42
Innanzi tutto buongiorno a tutti.
Un quadro(ad esempio la MonnaLisa)non è altro che una successione finita, determinabile e determinata di punti di colore diverso che si alternano secondo una specifica successione; ma allora se tale successione è misurabile e misurata perché non esistono altri ritratti all’altezza della MonnaLisa? Perchè, e qui sta il tocco dell’artista, in un’opera d’arte c’è sempre un qualcosa di unico ed irripetibile che solo quell’artista e solo in quel momento ha saputo infondere.
La Conciliazione, quella con la C maiuscola, è qualcosa di ripetibile, di misurabile e misurato o si avvicina di più ad un’opera d’arte nel quale l’artista sa sapientemente dosare l’intensità delle emozioni delle parti, scegliere accuratamente le tecniche da usare, alternare i chiaroscuri dell’animo umano per arrivare a completare la sua opera, la soddisfazione delle parti ed il raggiungimento dell’accordo?
Chi ha pratica di conciliazioni sa benissimo che le variabili di una conciliazione sono davvero innumerevoli e che l’esito della stessa non è mai né determinato, né determinabile, né tantomeno ripetibile.
Per rispondere alla domanda iniziale sulla formula del buon conciliatore, a mio parere è assolutamente predominante la predisposizione naturale alla comunicazione ed all’empatia che però deve essere supportata da un’adeguata formazione tecnica.
Commento di Antonia Rizzi — 2 luglio 2010 @ 23:01
Bella domanda, e interessanti i commenti. Io però mi butto, e sparo un paio di cifre: secondo me si può dire che il 45% è tecnica e il 55% dote personale. Mi sento di affermare questo perché la formazione ha indubbiamente un valore notevolissimo: non si può prescindere dall’apprendimento delle tecniche, dalla conoscenza dei passaggi, dal costante aggiornamento. Ma credo anche che per essere un buon concilitore sia necessario avere una serie di qualità personali che non necessariamente appartengono a tutti e che non possono essere apprese.
Commento di FABRIZIO BIAGI — 5 luglio 2010 @ 15:00
Ricordo di aver sentito ad un buon corso di formazione sulla mediazione che gli “Americani” ritengono che la “formula” del mediatore sia : 10 % RULES, 90% SKIN . La fantastica sintesi aglosassone e un pò di italiana pratica mi hanno convinto che la padronanza delle “regole” la si deve avere, ma abbinata ad una “pelle” tanto sensibile da cogliere gli aspetti e le dinamiche che si muovono dietro le “maschere” dei partecipanti.
Commento di rossana — 30 gennaio 2011 @ 02:08
Anche secondo me è un mix. Le doti naturali sono irrinunciabili, ma non rappresentano che una buona base, Poi una formazione seria trasforma profondamente il professionista, e lo rende consapevole di tutte le dinamiche che si presentano davanti a lui nelle modalità comunicative tra le parti, nonché consapevole delle sue stesse dinamiche interne, che impara a governare. Ho sperimentato la formazione in mediazione familiare (biennale e molto approfondita) e francamente giudico le 50 ore solo un assaggio di ciò che si può assimilare in tema di competenze nella gestione delle relazioni e della comunicazione.