…e voi come avreste replicato?

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Question markQualche giorno fa, in coda ad uno dei tanti seminari informativi che in questi giorni vengono organizzati un po’ ovunque per spiegare l’ABC della mediazione, un avvocato ha sollevato un’obiezione che cerco di riportare nel modo più fedele possibile:

<<La mediazione rappresenta un approccio senz’altro molto interessante ma non capisco perchè tutto questo debba riguardare noi avvocati. Quando il cliente viene da noi chiede un consiglio legale, un parere, un’opinione ben precisa su un aspetto tecnico giuridico. Se iniziamo a parlare di interessi, di bisogni, di emozioni, di sentimenti, questo gira i tacchi e se ne va da un altro collega. Perchè è senz’altro vero che le controversie sono composte di molti aspetti anche non giuridici. Ma se l’imprenditore vuole parlare di denaro, lo fa da solo, anche senza il nostro aiuto. E se il cliente vuole discutere di emozioni, beh, andrà dallo psicologo, ma non certo da noi. Insomma, mi sembra che agli avvocati si stia chiedendo di mettersi a fare anche il lavoro di altri e viceversa. E tutto questo mi sembra incomprensibile>>.

Voi come avreste replicato?

Giovanni Nicola Giudice

Responsabile del Servizio di Conciliazione della Camera Arbitrale di Milano

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  1. Commento di Carlo — 9 giugno 2010 @ 14:24

    Può darsi che a qualcuno sembri incomprensibile, dopo tanti anni di educazione alla iper-specializzazione. Ma che si chiami visione d’isieme, visione olistica, lungimiranza o vedere più in là del proprio naso, l’attitudine a considerare più fattori è sempre più richiesta a tutti i professionisti. Dai medici agli architetti, dagli avvocati agli economisti, oggi ci si aspetta non solo che sappiano far bene una cosa, ma che sappiano anche inserirla in un contesto più vasto. Cerchi di guardare oltre.

  2. Commento di Maria Elena — 9 giugno 2010 @ 15:19

    Ci provo.
    Personalmente penso che la professione di avvocato sia un mestiere complesso, dove si intersecano vari piani e varie abilità. Da un punto di vista tecnico-giuridico l’avvocato dovrebbe non solo prospettare al cliente qual è la situazione “secondo la legge”, ma anche spiegare, nel concreto, quali sono i mezzi utilizzabili per ottenere “soddisfazione”, illustrando i pro ed i contro di ciascuno. Tra questi rientra la mediazione che ha sì connotati di carattere “psicologico”, ma è sostanzialmente basata sulla negoziazione. Di conseguenza,nel delineare la soluzione “conciliativa” migliore, per la parte sarà molto importante l’assistenza dell’avvocato, in quanto in grado di illustrare al proprio cliente i vantaggi e gli svantaggi di tale soluzione rispetto a quella giudiziale od altrimenti ottenibile.
    E’ indubbio che la mediazione comporterà una rivisitazione del ruolo e della professione di avvocato, ma nel lungo periodo presumo che i vantaggi saranno superiori alle difficoltà iniziali.

  3. Commento di FABRIZIO BIAGI — 9 giugno 2010 @ 15:34

    Trovo difficile pensare che un parere tecnico possa essere effettivamente efficace se non tiene in considerazione i bisogni e interessi del cliente. Anche nei contenziosi di carattere economico la componente emotiva gioca un ruolo fondamentale, disinteressarsi di questi aspetti può compromettere anche la relazione professionale tra avvocato e cliente. E’ comprensibile la difficoltà della categoria a introdurre nuovi modi di svolgimento della professione, ma forse aiuterebbe pensare che questi si aggiungono a quelli consueti e non li sostituiscono.

  4. Commento di Antonia Rizzi — 9 giugno 2010 @ 17:54

    Credo che la conciliazione vada sperimentata perché la si possa realmente capire ed apprezzare. Sta di fatto che funziona…

  5. Commento di Dino Salati — 10 giugno 2010 @ 01:58

    …..perché l’avvocato viene interpellato dal proprio cliente esattamente come il medico di base. Prima di far entrare in sala operatorio il proprio assistito il medico valuta ,a seconda dello stato del paziente, compreso quello emotivo, se deve fargli seguire una particolare dieta per un tempo determinato, o fargli assumere dei farmaci o il dover intervenire con urgenza con una operazione chirurgica per scongiurare il peggio.
    Allo stesso modo l’importanza dell’avvocato che si presta con il proprio assistito, cominciando, a seconda del caso e del tipo di contenzioso, con il compilare nel giusto modo o nel modo più appropriato la richiesta da rivolgere all’ente di conciliazione corredata dei documenti ritenuti necessari , assicurando avanti al conciliatore nominato, il sostegno delle ragioni e degli interessi del proprio cliente, per essere aiutato dal terzo imparziale e disinteressato(il conciliatore) ad ottenere dalla controparte il riconoscimento e la soddisfazione di determinati interessi irrinunciabili e una volta trovato l’accordo, se trovato, per concordare con la controparte il testo del verbale di conciliazione tenendo ben presente che una volta sottoscritto e fatto omologare dal Tribunale di competenza, senza ulteriori oneri o imposte, è titolo esecutivo, ed in quanto tale, idoneo a far scaturire gli effetti suoi propri, azionando quindi , in caso di inadempienza,senza altri formalismi, il processo di esecuzione.
    L’obiezione dell’avvocato, anzi la preoccupazione di quel tipo di avvocato la dice lunga e certamente non fa onore alla categoria così come quel medico che alla prima visita del paziente prima che possa “girare i tacchi” e consigliarsi con un altro collega lo opera per assicurarsi la sua parcella.Un bravo medico è sempre anche un acuto psicologo. Un bravo avvocato , anche solo avvocato, senza il bravo, per legge nel campo penale è previsto debba avere anche cognizioni psicologiche , per le difese d’ufficio di competenza del tribunale dei minorenni ne è condizione.In campo civile la mancanza della cultura della mediazione per la conciliazione porta a danni irreversibili nella maggior parte dei casi. Dino Salati Avvocato Conciliatore Specializzato delegato Regione Lombardia A.N.P.A.R.

  6. Commento di Giovanni De Berti — 11 giugno 2010 @ 08:43

    Credo che il collega citato da Nicola Giudice rientri tra quelli che ascoltano le nostre parole sulla mediazione con atteggiamento… da avvocato, cioè cercando le obiezioni a ciò che viene detto invece che cercando di capirlo. Un po’ di “ascolto attivo” sarebbe utile.
    Personalmente, neppure quando agisco come mediatore mi metterei a “parlare di interessi, di bisogni, di emozioni, di sentimenti”. Ci mancherebbe altro, darei l’impressione (che del resto sarebbe fondata) di fare lo psicologo dilettante. Cerco invece di individuare, spesso cercando di non farmene accorgere, quali siano i veri interessi, bisogni, emozioni e sentimenti della persona o persone che mi stanno davanti, ma sempre nell’ottica professionale propria dell’avvocato, che deve comprendere anche questi aspetti se vuole assistere validamente il proprio cliente.
    L’episodio si pone all’estremo opposto dell’obiezione che ci siamo sentiti fare altre volte: “Sono 20/30/40… anni che faccio negoziati, che bisogno c’è di un mediatore?”.
    Entrambi dimostrano che dobbiamo dedicarci con costanza a diffondere tra i nostri colleghi l’arte della “mediation advocacy” che, come tutte le arti, si può e – nel nostro caso – si deve imparare.

  7. Commento di daniela — 15 giugno 2010 @ 12:15

    Non bisogna dimenticare che le leggi sono lo strumento per regolamentare i rapporti che traggono origine da sentimenti, interessi, bisogni dei cittadini, e ciò cercando di evitare (in astratto) che quelli degli uni prevarichino su quelli degli altri. Ma il grosso limite è rappresentato proprio dal carattere generale delle norme.
    Spesso quando il cittadino si rivolge al legale non conosce i propri diritti ma percepisce di aver subito un torto e sa anche cosa necessiterebbe per porvi rimedio. La necessaria rigidità del diritto il più delle volte non permette di addivenire alla soluzione che il cittadino reputa come giusta. La mediazione, se svolta con competenza, può ottenere il risultato sperato o può andarci vicino.
    Credo nella figura dell’avvocato che non si limita a tutelare i diritti ma che persegua anche gli interessi del cliente.
    daniela

  8. Commento di Nicola — 16 giugno 2010 @ 11:56

    Avendo aperto la discussione, mi prendo la responsabilità di tirare le somme. Mi pare che tutti i contributi convergano su un punto: un avvocato deve fare lo sforzo di comprendere meglio gli interessi dei clienti e di impegnarsi di più (magari anche andando oltre i limiti delle proprie “tradizionali” competenze) per dare loro soddisfazione. Non mi sento però di accusare colui che ha posto la domanda di scarsa sensibilità o di miopia professionale . Mi pare legittimo sollevare dubbi, soprattutto in un momento di grandi cambiamenti in tema di mediazione. Credo che dando ascolto a questi dubbi e provando a dare risposte aiuteremo i professionisti a trovare la strada per interpretare ed utilizzare al meglio la mediazione.
    Nicola

  9. Commento di Sonia Di Palma — 22 giugno 2010 @ 11:44

    Purtroppo gli avvocati, che di certo affrontano situazioni particolari, a volte non si rendono conto che un cliente, un eventuale imprenditore (se vogliamo fare un esempio specifico), non ha affatto soltanto interesse al denaro.
    E’ talmente facile pensare a una lite in giudizio, che non si conoscono altri metodi, ma soprattutto, non si conosce la realtà della nostre aziende, private e non.
    La mediazione è una pratica che di continuo viene messa in opera nei contesti quotidiani lavorativi, inziando dai semplici rapporti tra colleghi. La maggior parte delle controversie poi, tra aziende diverse, anche e soprattutto in merito a grosse cifre di danaro, viene risolta da abili mediatori interni. Perché l’obiettivo finale e principale, per quanto se ne voglia dire dell’animo umano, non è sempre quello d fregare l’altro, ma di manternere buoni rapporti, proficui per il futuro.
    E questo…avviene anche al mercato, quando il pescivendolo di ficucia ci consiglia al meglio, o ci ascolta nelle lamentele sulla freschezza!

  10. Commento di Laura — 14 settembre 2010 @ 12:53

    Credo che bisogna sempre considerare lo spirito e la materia se si vuole arrivare a una giusta soluzione,non lasciando prevaricare l’una o l’altra ,ma considerandole entrambe. A volte è impossibile ma sforzarsi ci rende ancora appartenenti al genere umano. Del resto la vita è comunque una sfida. Laura

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